sabato, luglio 04, 2009

SAN GIUSEPPE A BISCEGLIE


Conosciuta piuttosto come “Opera don Uva”, questa chiesa è un Tempio notevole che si vede da lontano e domina col suo campanile elevato il panorama della cittadina di Bisceglie (Bari) che si affaccia sul mare: forse non molti lo sanno, ma è un santuario dedicato a san Giuseppe. Il fondatore, don Pasquale Uva, l’ha “inaugurato” con la sua morte, avvenuta nel 1955. Affascinato dall’opera del Cottolengo, ha ricreato per i diseredati e per i malati mentali dell’Italia meridionale diverse cittadelle della carità, con ospedali psichiatrici, con il nome di “Casa della Divina Provvidenza”. Già dal 1931 proclama san Giuseppe Patrono della sua opera e pensa di edificargli un maestoso santuario nella città natale. C’è chi lo critica per il presunto spreco di risorse economiche occorrenti alla costruzione e sottratte alla cura dei malati da lui raccolti a migliaia. Ma si riconosce che proprio san Giuseppe si fa “provvidenza” per i ricoverati e per lo sviluppo dell’opera. Nel 1937 si pone la prima pietra; il discorso commemorativo viene tenuto dall’arcivescovo di Bari mons. Marcello Mimmi. Diventato in seguito cardinale a Napoli, nel 1955 presenzierà pure alla consacrazione dell’altare maggiore del santuario di S. Giuseppe Vesuviano. I lavori, sospesi durante la guerra, procedono alacremente dal 1948. Lo stile architettonico riprende le linee, severe e solenni, della tipica arte romanica pugliese. La facciata è movimentata dal portale, da due finestre bifore e dal rosone. Accanto a sinistra si erge la torre campanaria a 5 ordini che raggiunge i 55 metri d’altezza. L’interno (di metri 35 x 28,30) è a tre navate in forma di croce. Al centro, ben visibile si eleva l’altare con il baldacchino, come nella tradizione delle antiche basiliche. In fondo all’abside (profonda 14 mt) in una vetrata è raffigurato il Patrono san Giuseppe; a lui è dedicato anche un altare laterale con una pala in mosaico che lo pone in cima a una vetta verso cui si dirigono i santi della carità. Nel 1983 furono realizzate le porte di bronzo dei tre ingressi frontali della basilica, che opportunamente rammentano le sette opere di misericordia corporali e quelle spirituali. Risulta tra le più vaste chiese pugliesi.

sabato, giugno 13, 2009

LA FAMIGLIA DI NAZARET


La spiritualità, che è la strada per la santità, è dono di Dio; dono che Egli fa ad ogni persona, donna o uomo, perché possa realizzare se stessa e compiere la 'missione' che Dio assegna a ciascuno per il bene di tutti.
Tante sono le sfaccettature della spiritualità giuseppina e murialdi­na; molti i valori morali e spirituali che la rendono un 'ca­risma'(= dono) per tutti i cristiani, che si sentono attratti da esso e che in esso trovano il senso dell'esistenza.
Si possono così enumerare: fede assoluta in Dio Amore misericordioso - abbandono filiale alle disposizioni della sua Provvidenza paterna - fiducia nella intercessione di Maria, che Gesù Cristo ci ha donato come madre - devozione eucaristi­ca, come radice, sostegno e modello di vita cristiana...
Ma, forse, si può trovare la sintesi, la ' icona' (= imma­gine viva) della nostra spiritualità nella Famiglia di Naza­ret. Là vissero insieme per trent'anni i personaggi più illu­stri, essenziali della vita cristiana: Gesù, Maria, Giuseppe.
E quale fu lo stile e la sostanza di quella loro esisten­za; sulla quale dobbiamo e possiamo modellare la nostra? La risposta ce la dà il vangelo (il buon annuncio, che dà senso e valore alla vita).

Maria fu la donna, semplice, aperta a Dio, desiderosa so­lo di capire e compiere la volontà di Dio. Ella è completamen­te disponibile; ma non fatalista: vuole capire che cosa l'an­gelo dell'annunciazione le comunica; perciò fa domande. Quando non comprende le parole o le azioni del Figlio; le ripone nel suo cuore, e vi riflette.
E ' ricca di femminilità : di sensibilità, di intuizione e di sollecitudine. Si mette di libera iniziativa in cammino per aiutare la cugina Elisabetta; si attiva per rendere meno disa­gevole la nascita del Figlio; 'fa lieta la sua casa di una limpida gioia' (come canta la liturgia); intuisce i diversi stati d'animo dello sposo e accorre e soccorre con delicatezza e tenerezza femminile, sponsale...
E' la madre; che rispetta il segreto del Figlio e la sua missione universale di salvezza, pur non comprendendo sempre né appieno; ma gli sta accanto nei momenti difficili della vi­ta, fino alla crocifissione, e poi sta maternamente accanto ai suoi discepoli nei primi anni della vita della Chiesa, perché questo le ha chiesto il Figlio...

Giuseppe fu, ed è per sempre nella storia della redenzio­ne, l'uomo 'giusto', che visse nell'adesione personale alla volontà di Dio e nell' osservanza delle leggi del suo popolo:
il popolo dell'Alleanza. L'uomo che era ben consapevole dei propri limiti e della pochezza del suo essere, per questo ha bi­sogno che Dio gli faccia sapere che proprio lui è chiamato ad essere lo sposo della madre di Dio e capo di quella nuova, i­nedita Famiglia.
E’ l’uomo che si assume le sue responsabilità e le affronta con tutta l’energia e le capacità della sua personalità: nella decisione di far nascere Gesù a Betlemme, nella fuga in Egitto e nel ritorno a Nazaret.
E' l'uomo che svolge davvero, con intelletto e cuore di padre, il suo ruolo di educatore del Figlio. Mentre Maria insegna a Gesù a mangiare, a camminare, a tenersi pulito, a parlare; Giuseppe gli insegna a conoscere la storia del suo popolo, a pregare, a lavorare, a capire e amare la gente del suo villaggio...
E' l'uomo che sta accanto a Maria con cuore di sposo: l'accompagna nel suo andare a Betlemme; cerca di alleggerirne i disagi in occasione della nascita di Gesù; la protegge e le dà sicurezza nel tempo dell' esilio e poi durante tutta la permanenza a Nazaret.
E non dimentica mai che egli è a servizio di Gesù e di sua madre, come gli ha fatto intendere Simeone; che è a capo di una famiglia nella quale il centro è il Figlio; che il com­pito più importante spetta alla madre. Sa, e accetta con ri­spetto religioso e riconoscenza, con amore pienamente umano e spirituale, di essere sempre e solo il ' servo di Jahvé'. E quando non serve più, sparisce dalla scena, lasciandola totalmente al Figlio.

Gesù in questa famiglia, per tutto il tempo - lungo una trentina d'anni - è 'soggetto ad essi', sia per le necessità fisiche e materiali, sia per l'educazione civile e religiosa, sia per il lavoro e le relazioni sociali, Ma è sempre anzitut­to fedele al Padre, perché sa di essere stato da Lui 'mandato per fare la sua volontà'.
Per questo si ferma a Gerusalemme all'insaputa dei suoi; per questo afferma pubblicamente: "Mia madre, i miei fratelli e sorelle sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la met­tono in pratica". Egli ama soprattutto il Padre e proprio per questo ama i suoi genitori; e ama tutte le persone, e tiene sempre aperto lo sguardo, il cuore per mettersi a disposizione di ognuno, specialmente dei più deboli e poveri e bisognosi di comprensione e di aiuto. E' fedele fino alla morte alla voca­zione e missione che gli è stata affidata dal Padre.


Aldo Marengo

martedì, giugno 02, 2009

SAN GIUSEPPE LAVORATORE



Nel 1955 il papa Pio XII fissa al primo maggio la festa di san Giuseppe artigiano, come patrono degli operai e di tutti i lavoratori. Oggi per la liturgia è solo memoria facoltativa. Invece è un’ottima occasione per richiamare il senso cristiano del lavoro e guardare al nostro santo.
Pensando alla vita di san Giuseppe, per la maggior parte dei suoi anni lo troviamo nella bottega di Nazaret impegnato nel lavoro quotidiano, senza tirarsi indietro davanti alla fatica. Con le sue mani e con il sudore della fronte, facendo il carpentiere, sostiene la propria famiglia e procura alla sposa e al figlio il necessario per vivere. Va incontro ai bisogni della gente, che in paese e fuori lo chiama per le sue necessità… c’è da costruire, da aggiustare, da incollare, da riparare… Non lavora per arricchirsi, magari disonestamente e a scapito degli sprovveduti, ma è contento della sua povertà. E’ risaputo che Gesù, passando gli anni e diventando un ragazzo, impara nella bottega il mestiere del padre, tant’è che più tardi la gente, vedendo le sue opere, si domanderà: “non è il figlio del carpentiere?”, e più direttamente: “non è costui il carpentiere?”. Vanno insieme a raccogliere la legna, si passano gli arnesi, si aiutano nei lavori pesanti, spazzano e risistemano la bottega, si danno una mano in ogni cosa…
Giuseppe ci si presenta come il modello dei lavoratori. Tanto alto e grande è il compito affidatogli da Dio quanto umile e nascosta è la sua esistenza. Non gli piace farsi sentire e accampar diritti, ma darsi da fare in silenzio e semplicità. Non ambisce successi e non si affanna per i beni del mondo, ma è felice dell’essenziale. “Santifica e nobilita il suo lavoro continuamente indirizzandolo a Dio”. Davvero lavoratore perfetto: “egli che sostentò la sua e la vita di Gesù e di Maria col lavoro delle proprie mani; egli che seppe rimanersene oscuro l’intera vita in una bottega, nell’esercizio di virtù tanto più sublimi quanto più ignorate dagli uomini; egli che nell’arte sua istruì il Creatore del mondo, fatto per amor nostro umile artigianello sotto la disciplina del fabbro di Nazaret”. Giuseppe ci insegna dunque l’amore al lavoro, la sua importanza nel contesto della dignità umana e del progetto divino della creazione. Se ne ricava uno spirito di laboriosità, una coscienza della professione, una fedeltà al dovere, un’attenzione al momento presente da vivere in pienezza. Ben a ragione allora si è dedicata al nostro santo la festa dei lavoratori il primo maggio.
Il lavoro più delicato per Giuseppe rimane però non quello del mestiere, ma quello dell’educatore. Impresa certo non facile e che lo caratterizza più intimamente: è artigiano ed è esempio dei lavoratori, ma è principalmente “custode del redentore” (come lo definisce Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica) e modello degli educatori. A ben guardare proprio nella bottega di Nazaret troviamo l’ispirazione profonda dell’arte educativa. Indubbiamente i padri di famiglia vi si possono rispecchiare, ma anche gli insegnanti e gli istruttori, i responsabili dell’infanzia e dell’adolescenza. Anzi proprio chi non è legato da parentela con l’educando trova in Giuseppe un riferimento assai significativo. Da lui i genitori possono imparare il giusto esercizio di quella paternità a cui nella nostra società spesso si sfugge. A lui possono rifarsi tutti coloro che sono impegnati nel mondo dell’educazione e dell’accoglienza dei minori. Non è fuori luogo affermare che qui si trova il paradigma ideale sia della famiglia che dell’adozione e dell’affido, come pure del compito educativo nel senso più ampio del termine. Si direbbe che c’è da operare una doppia identificazione: noi in Giuseppe e i figli in Gesù. Diciamo pure che agli educatori spetta di fare la parte di Giuseppe e di riconoscere Gesù in coloro che sono affidati alle loro cure. Non a torto il nostro santo viene quindi invocato come “ottimo educatore”.


Angelo Catapano

domenica, maggio 17, 2009

IL CUSTODE DEL MESSIA


E’ di particolare interesse questo libro di Vincenzo Brosco, che porta come sottotitolo: “Leggere il Vangelo con la Tòrah”. Propone dunque in forma originale una possibile lettura giudaica di san Giuseppe, pienamente inserito nella tradizione degli ebrei osservanti, personaggio evangelico spesso trascurato dall’esegesi biblica. Mentre l’evangelista Matteo si preoccupa di innestare il Kèrigma di Cristo nell’alveo dell’intera storia della salvezza a partire dall’Antico Testamento, si è poi prodotto come un “protoscisma” dei cristiani dal contesto storico culturale in cui è nato. I vangeli apocrifi, spesso con aneddoti fantasiosi, hanno riempito un vuoto di analisi storica che ha influito anche sull’immagine di san Giuseppe; lo sposo di Maria viene così presentato casto a causa della propria età avanzata e di quella acerba della sua sposa. Mentre Giuseppe è l’uomo “giusto” completamente immerso nella spiritualità giudaica, sia in riferimento a tutto il filone di cosa significa la “giustizia” sia al matrimonio. Sul primo versante si giunge a dichiarare: “In Giuseppe di Nazareth, l’ebreo e il cristiano, di ogni luogo e tempo, trovano la descrizione più perfetta della giustizia rivelata nel Vangelo di Cristo Gesù” (p. 142). Anche il tema dello sposalizio va affrontato in consonanza con la mentalità e gli usi del tempo. Tale attenzione fa propendere l’autore verso “l’ipotesi del sospetto” nel dubbio che assale in quel frangente lo sposo di Maria. Afferma infatti: “Giuseppe è un giovane innamorato di Maria, vuole vivere con lei e in breve arco di tempo vuole condurla a casa sua e generare con lei dei figli. Dobbiamo essere onesti e spogliarci di qualsiasi condizionamento, e cominciare a pensare che molto probabilmente nei primi due capitoli di Luca e Matteo non v’è traccia di alcun proposito di verginità né in Maria né tantomeno in Giuseppe” (p. 104). Si riscopre in tal modo nei due sposi una santità meno ideale e più reale, oltre che più legittimata dall’ambiente storico e rituale. Sono da considerare “le quattro notti di Giuseppe” in analogia alla tradizione targumica delle notti fondamentali del popolo di’Israele: la rivelazione della verginale maternità di Maria, la fuga in Egitto, il ritorno in Israele, la nuova vita in Galilea. Si ripercorre il sacrificio di Abramo, il tempo della schiavitù egiziana, la notte della liberazione con Mosè, l’insediamento nella terra promessa. Giuseppe è “l’icona del Padre” nel suo effettivo esercizio della paternità, nella circoncisione e nell’imposizione del nome, nella presentazione del figlio al tempio, nell’accompagnamento di Gesù alla crescita, alla Tòrah e al lavoro. Con la sua morte pare scomparire nel nulla: tutto è compiuto, il Figlio esce allo scoperto e inizia la sua missione, Giuseppe ha concluso la propria come “custode del Messia”. La sua esemplarità vale per tutta la Chiesa: “A imitazione di Giuseppe i cristiani sono chiamati ad essere i custodi e i garanti della fede dei fratelli” (p. 147). E’ un testo che in sintesi può offrire diversi spunti per una seria catechesi biblica, utile per la predicazione e la meditazione.


V. BROSCO, Il custode del Messia, edizioni Chirico, Napoli, pp. 155.

venerdì, maggio 01, 2009

IL VANGELO DI GIUSEPPE


Senza dubbio l’unico Vangelo è quello annunciato da Gesù ed è quello che annuncia innanzitutto la sua morte e risurrezione. La “Buona Notizia”, che supera ogni altra (per quanto bella o brutta possa essere), è la salvezza portata da Cristo con la sua Pasqua. I Vangeli secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni ci proclamano tale verità in modo inequivocabile: sono essi stessi la Parola del Signore. C’è però un impegno missionario che ogni cristiano si assume in quanto tale: diventare “vangelo vivente” nel suo ambiente. Nell’arco dei secoli i santi stessi possono essere rappresentati come il Vangelo dispiegato nel tempo e nello spazio.
Così si può dire che c’è anche un “vangelo di san Giuseppe”: quello che lui racconta con la sua vita e quello che noi trasmettiamo di lui. A ben guardare, se c’è un personaggio genuinamente evangelico e intimamente legato al mistero dell’incarnazione, questo è proprio Giuseppe, insieme alla sua sposa Maria. E’ un messaggio stupendo quello che il vangelo di Giuseppe ci comunica, in cui pare dirci a chiare lettere: “ecco, ti porto Gesù, il Salvatore, accoglilo, proteggilo, ascoltalo; fallo crescere nella tua esistenza, nella tua famiglia, nella tua comunità, nella società; custodisci la sua presenza, le sue Parole, meditale nel tuo cuore e mettile in pratica; difendilo davanti a chi non crede, lo rifiuta o lo calpesta; non perderlo mai e se ti succede cercalo e ritrovalo; sii come un padre che ha cura del figlio più caro; sii per lui come un fratello e un figlio, umile e docile ai suoi insegnamenti; lavora alla costruzione del suo Regno di giustizia e di amore; abbandonati tra le sue braccia e scegli di vivere con lui per tutta l’eternità. Ti porto Maria, la mia sposa: prendila con te per sempre, nella tua casa; fatti accompagnare da lei in ogni momento, fin sotto la croce, fino all’ora della morte, come sposa che non ti dimentica, come madre che non ti abbandona”.
C’è un impegno che abbiamo nella Chiesa, ed è quello di diffondere il vangelo di san Giuseppe, di promuovere la sua figura e il suo modello di santità. E’ un dono e una responsabilità, a cui richiamarci ed essere fedeli, a partire da noi stessi e dal nostro cammino di fede. Sui passi di Giuseppe è nostro compito annunciare quanto è fondamentale seguire la volontà di Dio, essere attenti giorno e notte alla sua voce, attuarla con fedeltà facendo sempre ciò che è giusto. Se c’è una Parola di Gesù, che può ben rappresentare lo spirito di san Giuseppe, dichiarato “giusto” dal Vangelo, è proprio “Padre sia fatta la tua volontà”! E’ nostro preciso dovere accogliere Maria, e attraverso lei, Gesù stesso. La Parola che Giuseppe rilancia, e che ha permesso si realizzasse grazie anche alla sua disponibilità, è “il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. E’ proprio la nostra missione, sull’esempio di san Giuseppe che porta Gesù in braccio, quella di presentare Cristo al mondo e di dare con coraggio la nostra testimonianza alla sua Parola: “io sono la luce del mondo”. E’ nostro obiettivo difendere la famiglia, darci da fare per il mondo del lavoro, combattere le ingiustizie e le discriminazioni, cercare Dio e il suo Spirito piuttosto che il profitto e il consumismo, con la Parola che ci guida: “beato chi ha fame e sete di giustizia”.
E’ stato detto che se anche per assurdo sparissero tutti i libri del Vangelo dalla terra, noi cristiani potremmo annunciare lo stesso il Vangelo con i fatti della nostra vita che ridicono le Parole del Signore. Altri hanno parlato del “quinto vangelo” che ognuno dei credenti ha da comunicare. Non è fuori luogo allora rilanciare il percorso tracciato dal nostro santo, che supera un discorso di semplice devozione. Non è un fatto marginale della storia della salvezza o da trascurare in tempo quaresimale. “Il vangelo di Giuseppe” ci prepara a vivere in pienezza sia Natale che Pasqua: in profondità ci innesta nel mistero di Cristo e della Chiesa.


Angelo Catapano

mercoledì, aprile 22, 2009

LA FESTA DI SAN GIUSEPPE


Quella di san Giuseppe è una delle ricorrenze più popolari, più tradizionali e più sentite. Il nome del santo, il cui significato è "Dio ha aggiunto", è sicuramente uno dei più comuni ed infatti sono moltissimi in Italia e all'estero coloro che il 19 marzo festeggiano il proprio onomastico.
Cercando nell'origine storica della ricorrenza, si giunge al 1349 allorché un sacerdote di Parma, Donnino Raimondi, istituì un "beneficio", in cui tra l'altro si stabiliva che "si deve rendere onore a S. Giuseppe il giorno 26 luglio".
Cinquant'anni dopo, nel 1399, i Francescani nel Capitolo Generale dell'Ordine, tenuto ad Assisi, decisero di celebrare ogni anno la festa di san Giuseppe fissandola al giorno 19 marzo, giorno in cui venne confermata in seguito da Papa Sisto V, anch'egli francescano.
Nel 1621 Papa Gregorio XV rese la festa obbligatoria e di precetto, mentre nel 1726
Papa Benedetto XIII aggiunse il nome di san Giuseppe nella litania dei santi.
Infine Papa Pio IX, 1'8 dicembre 1870, in un momento piuttosto difficile per l'umanità e per la Chiesa, proclamò san Giuseppe Patrono della Chiesa Universale.
A sua volta, parlando del fiducioso ricorso dei fedeli a san Giuseppe, papa Leone XIII così si espresse: "...La Sacra Famiglia che S. Giuseppe resse e governò con autorità di padre, era l’inizio della Chiesa... Su questa famiglia... egli esercita un'autorità paterna, appunto perché è lo sposo di Maria e il padre di Gesù...'. Allo stesso santo inoltre dedicò un'enciclica, la "Quamquam Pluries", e sempre Leone XIII compose la famosa e bella preghiera « A te, o beato Giuseppe...».
Altri pontefici incrementarono sempre più la-devozione verso il santo sposo di Maria Vergine: Pio XII, che nel 1955 istituì per il primo maggio la festività di san Giuseppe artigiano; papa Giovanni XXIII, che nel 1961 inserì il nome di Giuseppe, dopo quello di Maria, nel canone della Messa e dichiarò inoltre l'umile falegname di Nazareth patrono speciale del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Da ultimo l'attuale Giovanni Paolo II, il 15 agosto 1989, indirizzò alle comunità cristiane l'esortazione apostolica "Redemptoris Custos", riguardante appunto la figura e la missione di san Giuseppe.
Il nostro santo, com'è noto, è anche patrono di varie città e paesi non soltanto italiani.
Sotto l'aspetto liturgico, c'è poi da ricordare che il più antico "ufficio" in onore del santo
risale al XIII secolo ed era praticato a Liegi, nell'abbazia benedettina di san Lorenzo.
Per quanto riguarda la devozione dei cristiani nei confronti di san Giuseppe, c'è da dire che egli fu venerato fin dai primi secoli. Non si conoscono tuttavia rappresentazioni figurate del santo che siano sicuramente anteriori al IV secolo, al quale appartengono le più antiche che ce lo presentano sempre insieme a Gesù e alla Madonna nelle scene evangeliche.
La più antica immagine di san Giuseppe sarebbe quella incisa sulla pietra sepolcrale di una certa Severa, conservata nel museo romano al Laterano e che può forse risalire al II secolo. Il Patriarca vi è effigiato nel gruppo del presepe, mentre si appoggia al suo bastone e distende la mano verso il Bambino in atteggiamento di difesa.
Le figure che appartengono al IV secolo si rinvengono nelle sculture dei sarcofagi trovati nelle catacombe e nelle antiche basiliche e principalmente in due scene: cioè in quella della nascita di Gesù, alla quale san Giuseppe assiste come un devoto spettatore, col suo bastone ricurvo in mano, e in quella dell'adorazione dei Magi.
In quest’ultima, egli sta al fianco della Vergine o dietro al suo trono; oltre al bastone ( che vuole indicare il viaggio da lui intrapreso da Nazaret a Betlem), indossa di solito la tunica corta, cosa che lo fa riconoscere come artigiano.
Nel grande mosaico della basilica romana di S. Maria Maggiore, che risale alla prima metà del V secolo, opera di Giacomo Turriti, Giuseppe si presenta in una scena nuova: all'arrivo cioè della Sacra Famiglia in Egitto, dove si vedono gli abitanti del paese che si fanno incontro agli eccezionali Viaggiatori.
Sopra una pisside in avorio del V secolo o del principio del VI, è rappresentato il trasferimento dei due santi coniugi di Nazaret a Betlem: la Vergine è seduta su di un asino guidato da un angelo e si appoggia con confidenza ed affetto alla spalla di Giuseppe, il quale le cammina rispettosamente a lato.
Nell'atto di questa scena è rappresentato il sogno di Giuseppe, durante il quale egli viene
avvertito da un angelo di prendere con sé la Madonna senza alcun timore.
Così abbiamo rappresentati sulle antiche sculture cristiane tutti quegli episodi che le
Sacre Scritture ci narrano.
In merito poi alla maniera di raffigurare san Giuseppe, dobbiamo distinguere i monumenti
del III, del IV e del V secolo da quelli di età posteriore.
Nei monumenti più antichi egli appare di solito giovane e senza barba, vestito con una breve tunica, raramente barbato e di forme senili; in quelli più recenti, invece predominano le immagini del santo in età senile e con un lungo mantello; modo di effigiarlo, questo, che perpetuatosi e divenuto tradizionale nel medioevo, ha continuato in genere fino ai tempi nostri.

Gualtiero Sabatini

domenica, aprile 05, 2009

SAN GIUSEPPE E IL CARD. BALLESTRERO


Il carmelitano p. Giuseppe Caviglia ha raccolto in questo volumetto alcuni scritti del cardinale Anastasio Ballestrero sul nostro santo. Ci sono articoli da lui pubblicati ancora da giovane sul bollettino “Ite ad Ioseph” del santuario di san Giuseppe al Deserto di Varazze (dove è maturata la sua vocazione e ha voluto essere sepolto), una novena di san Giuseppe e in appendice una poesia dal titolo “La penna di santa Teresa”. Una sua prima riflessione riguarda “i diritti di sposo in san Giuseppe”. E’ uno scritto interessante, che sottolinea in modo originale e senza remore, il suo diritto come marito all’amore della sua sposa, al rispetto e alla riverenza da parte di Maria. Ecco il suo ragionamento: “E’ chiaro che il Santo ha nei riguardi della Vergine tutti i diritti che uno sposo ha sulla propria sposa. Non si può però e non si deve confondere il diritto e il suo uso; per cui è altrettanto vero che il nostro Patriarca non usò di tutti i suoi diritti coniugali ed anzi, all’esercizio di alcuni rinunziò con una perpetua verginità. Tuttavia nessuno può farci credere che Giuseppe abbia rinunciato anche ad essere amato da Maria; come neppure possiamo dubitare che Maria non abbia amato e prediletto il suo vergine sposo. Di qui un ineffabile titolo di grandezza per lui: quello di aver fatto battere il cuore di Maria in un modo particolare. E se la Vergine ha potuto e può ancora oggi amare Giuseppe in modo tanto grande e umano, chi può dubitare della sua bontà, della sua santità, della sua grandezza?”. Mettendosi alla scuola di san Giuseppe si scopre il suo legame con l’incarnazione e la redenzione, con l’Eucaristia e la Trinità. Lo si riconosce maestro eccezionale di fede, speranza, carità, obbedienza, purezza, povertà, prudenza e giustizia. La sua santità eccelle davanti a quella di tutti i santi. “A mio parere, san Giuseppe occupa nell’eternità il posto più alto dopo Gesù e Maria, ma vicinissimo al loro: questa trinità terrena non può essere separata neppure in cielo”. Da qui scaturiscono alcune conseguenze in Paradiso. “Questa altissima posizione arricchisce il falegname di Nazaret di un potere di intercessione senza confronti”! Ballestrero evidenzia il patrocinio di san Giuseppe su tutta la Chiesa, in particolare sul mondo del lavoro e sull’Ordine del Carmelo a cui appartiene. Ripercorre il suo cammino di fede: la vocazione, la docilità al progetto di Dio, la fedeltà, lo spirito di preghiera, il suo silenzio umile, operoso e contemplativo. Si sofferma sulla sua missione e lo invoca: guardiamo a te, ci affidiamo a te, vogliamo imparare da te, ti preghiamo per ritrovare il Signore… "Quando hai saputo le meraviglie che Dio operava nella tua vergine sposa, non le hai rivelate a nessuno. Hai custodito tutto nel segreto del cuore, come Maria che conservava dentro di sé il mistero del Figlio suo. Voglio percorrere la tua strada, col desiderio di entrare nell’intimo del mistero di Nazaret, mistero che è anticipazione del Paradiso”.

G. CAVIGLIA, San Giuseppe e il cardinale Ballestrero, edizioni OCD, pp. 144.